Il Maggio di Accettura: da “incantesimo agrario” a identità collettiva di un popolo

La nostra cultura affonda le sue radici nell'immaginario religioso dell'antico mondo mediterraneo, ancorato al culto neolitico della “Terra Madre”, della fecondità agraria. Immagini che ci riportano al mito di Demetra e Persefone; alle feste primaverili e ai culti mediterranei della “Grande Madre”.

In questo contesto culturale, legato ai ritmi delle stagioni, riflesso poi nelle narrazioni della vita di Gesù, dei discepoli, dei Santi, il culto originario dell'albero, probabilmente introdotto dai coloni longobardi, trovò terreno favorevole, innestandosi nell'alveo delle feste primaverili tradizionali popolari. Il “Maggio” ha potuto quindi assumere il particolare significato del rifiorire della vita animale e vegetale, della fecondità della terra e del lavoro:  un inno al risveglio della Natura e  alla ripresa dei lavori. E il Maggio di Accettura, in particolare, costituito da due alberi diversi, il cerro e l'agrifoglio, prelevati da siti lontani, poteva significare anche l'atto simbolico di contaminazione e rinnovata energia attraverso “l'innesto”, espressione magica sentita spesso pronunciare per l'occasione, più pregnante della riduttiva e consolidata versione di “matrimonio”, di C.A. Pinelli e F. Quilici (“Alba dell'uomo” p.167-171- De Donato). Il rito primitivo di nozze arboree per la fertilità dei campi del Nord Europa si è diffuso, infatti, in Italia e in Basilicata in particolare, arricchito dalla cultura mediterranea di ulteriori sensi e più profondi.

Nonostante le proibizioni dello stesso re cristianizzato Liutprando (725), il culto dell'albero, coltivato nel profondo delle coscienze popolari, è sopravvissuto nelle  aree più emarginate  e lontane dal potere. Ed ha mantenuto il senso originario rispetto ai culti arborei della libertà o franchigia della Rivoluzione francese.

La diffidenza della Chiesa nei confronti di tali manifestazioni popolari di rito primitivo è stata costante. Tuttavia, le classi subalterne, emarginate ed escluse da ogni forma di potere e di organizzazione sociale, trovavano nel culto degli alberi, come in altri particolari culti, uno spazio appartato ed estraneo ai riti ufficiali, un momento di autogestione, di libertà, di solidarietà tra le masse popolari. Perché proprio nel 1797 ebbe inizio il “Maggio di San Giuliano”?... Ancora negli anni cinquanta  è attestata una esortazione del Vescovo di Anglona Tursi, in visita ad Alessandria del Carretto  ( maggio 1951) al parroco di “non lasciare interamente ai laici la gestione di tutto il complesso cerimoniale.”  ( Simona Savone- Il “Maggio”..di Pastena.)  Ed in quel tempo, anche ad Accettura vi furono contrasti tra la Chiesa e la Procura, e fu allora che il parroco don Vincenzo Rizzo organizzò per la prima volta il rito religioso durante la sosta del Maggio nel boschetto.

Attualmente la festa del Maggio è completamente integrata nella devozione di San Giuliano, con riti religiosi e immagini del Santo, inseriti in tutti i momenti e luoghi del processo festivo. Un sincretismo, questo, autentico e naturale, essendo venute meno le ragioni delle differenze sociali: il mondo rurale è cambiato e le rigide stratificazioni si sono disarticolate. E le feste cambiano in rapporto alle nuove esigenze e sensibilità del tempo. “La religiosità popolare, scrive il nostro parroco G. Filardi, non è da considerarsi un residuo del passato”...”un pezzo da museo”...“La religiosità è qualcosa di vivo e di attuale per il fatto stesso che essa è pur sempre un vissuto di contemporanei la cui vitalità culturale è indiscutibile”. (Appunti.. p.27 -Gramma) D'altra parte Braudel ci insegna che “una civiltà è una continuità che quando muta...assorbe valori antichi che sopravvivono attraverso di lei e continuano a  costituire la sostanza.”(Il Mediterraneo). Nel processo festivo quindi convivono stratificazioni culturali del passato e del presente.

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