Lojze Spacal

Di seguito, la continuazione dell'articolo scritto da Angelo Labbate su "Paese" del marzo 2011 su Lojde Spacal, "il primo fotografo del Maggio di Accettura".

 

Come spesso succede ai forestieri, Spacal è benvoluto da tutti. La vicina di casa Teresa Filardi, novantaquattrenne, lo ricorda ancora come un bel giovane, educato e rispettoso. Nicola Defina racconta che dopo un’abbondante nevicata, il ‘confinato’ fece un grande pupazzo, somigliantissimo al Duce. I paesani rimasero a bocca aperta di fronte alla perfezione della scultura. Anche il podestà e il segretario politico del fascio, che, anziché diffidarlo, si congratularono. Durante la permanenza accetturese, si manifestò la vocazione artistica di Spacal. Lui stesso, solitamente schivo e di poche parole, affida i suoi ricordi a una intervista rilasciata a TV Capodistria. «Questa è una storia veramente lunga e anche una storia strana, perché sono tanti i modi di iniziare una carriera pittorica e penso che la mia sia una storia abbastanza particolare, un po’ originale, se vogliamo. Io ho cominciato molto tardi, perché provengo da un ceto molto povero. Fino a 18 anni d’età ho lavorato come operaio, poi sono stato politicamente compromesso come antifascista, poi sono stato confinato nella Basilicata, È lì che comincia questa mia storia, diremo, pittorica. Infatti un giorno sotto casa mia dove abitavo c’era una piccola falegnameria, e in questa falegnameria io spesso passavo qualche ora, guardavo questo vecchio falegname che faceva varie cosette, delle riparazioni. Un giorno, ero anch’io presente, viene un giovane contadino. Però, aveva una certa difficoltà. Insomma, dice: Vorrei che lei mi facesse una piccola cassa da morto perché è morta la mia figlioletta, aveva quattro anni. Però, guardi io non ho i mezzi, mi faccia una cosetta semplice; insomma, quattro assi. Sì, questa è una storia patetica, vi chiedo scusa.

Poi se ne andò quest’uomo. Io avevo quella volta più o meno vent’anni e questa storia mi ha commosso profondamente e, quando è uscito, dico al falegname: Senta facciamo una bella cassettina, io dò una mano e poi vedremo. Io avevo già in mente qualcosa; allora dò una mano, abbiamo lavorato fino a tardi e poi io me la porto a casa questa cassetta e mi metto a dipingerla, e l’ho dipinta. Ho fatto dei fiori, ho fatto degli angeli, non so cosa ho fatto, insomma era ricchissima, bella. Il giorno dopo hanno messo dentro la morticina, poi l’hanno portata a mano in chiesa, e poi dalla chiesa al cimitero e insomma era un successo enorme, forse mai nessun quadro è stato così apprezzato come quella cassettina. E questo era il mio inizio, questa era la mia prima opera; io non dico che questa sia un’opera, forse sarà stato di un kitsch tremendo, adesso forse mi vergognerei di vederla, però l’inizio era questo».

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