Dendrolatria

(Tratto da ALBEROLOGIA di Antonio de Bona www.alberologia.it)

Nel XVI secolo, l’arcivescovo Carlo Borromeo divenuto santo nel 1610 e ricordato dalla chiesa cattolica il giorno 4 novembre, fece diffondere il suo pensiero e il suo monito in merito a culti e superstizioni: «Il giorno delle Calende di Maggio, consacrato ai Santi Apostoli Giacomo e Filippo si profana dal popolo con quelli alberi frondosi, che con ridicolo spettacolo si alzano in più siti di quella Città, e si chiamano il Maggio, o Majo”.

Questa “gentilesca superstizione” venne condannata dall’Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo in quanto provocava gravi disordini, appurato che alcuni uomini immersi nel piacere di quella azione ridicolosa hanno tralasciato in quel giorno festivo di ascoltare la Messa, ed altri hanno tagliati quelli alberi a viva forza, e con disprezzo sul fondo altrui, e spesse volte ne’ beni della Chiesa. Dal che si originarono risse, inimicizie, ingiurie, odi, e talvolta uccisioni; disturbavano i divini Offici e le Prediche, i bagordi, le ubbriachezze, i motti osceni ed altre nefande dissoluzioni». Intimò ai vescovi di proibire quello spettacolo con pene ai contravventori ricorrendo ai Magistrati in caso di bisogno. Suggerì, infine, di rivolgere in quel giorno preghiere a Dio, con “divote processioni ed in vece di quelle piante profane d’inalberare pubblicamente, e con religiosità il Santissimo Albero della Croce di Gesù Cristo nei luoghi più cospicui della città...”

Il V Concilio Provinciale di Milano (1579), invitava i vescovi a trasformare le antichissime ed “empie” usanze che si tenevano il 10 maggio. In tale giorno era consuetudine nei centri della provincia trasportare in tripudio “frondosi alberi” da innalzare nelle piazze e in altri siti. Ai vescovi venne imposto di scoraggiare la partecipazione a tali feste cercando soprattutto di trasformare la ricorrenza pagana in occasione di cristiana esultanza, di testimonianza a Dio e di professione di fede.

Si levi l’abuso che in questa diocesi è grande di drizzar gli albori che si chiamano “Maggi” alle feste delle Calende di Maggio, che oltre causare molti disordini, risse, et soprattutto scandali, dà segno più presto di una pagana superstizione che di attione cristiana e in vece loro si drizzino delle croci in tutti i capi delle strade pubbliche.

Così ammoniva il Nunzio Apostolico della diocesi di Alba nell’anno 1584, contro l’usanza diffusa d’innalzare “maggi” nel basso Piemonte. Da qui forse la trasformazione di un rito pagano: si cominciò a portare grandi alberi inghirlandati in processione, che poi venivano piantati.

Verso la fine del XVIII secolo gli alberi assunsero altri significati; non più tagliati né abbattuti ma per altri motivi e altre finalità vennero piantati o eretti in nome della libertà. Durante la rivoluzione francese, per festeggiare l’abolizione della tirannide e il ritorno della libertà, i repubblicani piantano il primo Albero della libertà, nel 1790 a Parigi e poi in tutta la Francia. Un decreto della Convenzione del 1792 ne regolava l’uso: l’albero della libertà, è sormontato da un berretto frigio (con la punta piegata in avanti come quello degli antichi abitanti dalla Frigia) rosso adorno di bandiere; ai suoi piedi giurano magistrati, si bruciano i diplomi nobiliari, si danza, si festeggia. 

Alberi della Libertà vennero successivamente piantati in ogni municipio della Francia e il fenomeno approdò in Svizzera e anche in Italia. Generalmente erano piantati nella piazza principale delle città,frequentemente tra contrasti delle fazioni opposte; molti furono sradicati una volta passato il periodo rivoluzionario, generando analoghi contrasti e dissidi fra cittadini di diversa appartenenza politica. Degli esemplari sono ancora presenti in diversi dipinti dell’epoca.

Dopo la proclamazione del Repubblica Napoletana del 1799, anche a Potenza venne eretto un Albero della libertà nella piazza principale; fu abbattuto quando la violenta repressione condotta dal cardinale Ruffo, sfociò in guerra civile e si concluse con l’uccisione di chi aveva sostenuto la repubblica, tra gli altri il vescovo Giovanni Andrea Serrao. Egli vi aveva aderito sia perché la sua ispirazione a San Paolo lo induceva all’obbedienza all’autorità costituita, sia per le sue aspirazioni riformatrici che sembravano essere rappresentate dal nuovo governo repubblicano. Si tradusse in una violenta guerra civile.

Nello stesso anno altri significativi episodi si ebbero in provincia di Potenza: a Lauria, venne piantato l’Albero della libertà per rappresentare l’emancipazione del popolo dalle tirannie. Non appena cessò la Repubblica partenopea, i borbonici proclamarono il ritorno alla normalità

e la chiara intenzione di distruggere l’Albero della Libertà. Alla reazione dei giovani liberali, intervenne il sacerdote Don Domenico Lentini a placare gli animi, evitando altro spargimento di sangue; convinse i repubblicani ad abbattere l’albero con la promessa che al suo posto ne avrebbe fatto innalzare uno, “imperituro”, ribattezzandolo “del riscatto e della salute”. Era una semplice croce in ferro battuto, su una colonna di pietra alta non più di tre metri. A differenza di tutti gli

altri alberi, è ancora al suo posto! Avigliano fu la prima città (precedendo anche Napoli) a piantare l’Albero della libertà e a proclamare la Repubblica, che ebbe tra i suoi fautori i lucani Mario Pagano e Michele Granata. Da Avigliano poi, i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla “Organizzazione democratica” guidata dagli aviglianesi Michelangelo e Girolamo Vaccaro. Anche questa insurrezione venne repressa: gran parte della popolazione era fedele ai Borbone.

 

L’albero è un bellissimo e vero simbolo di libertà!

La libertà ha le sue radici nei cuori della gente,

come l’albero, nel cuore della terra...

VICTOR HUGO, 1 marzo 1848

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