Il Maggio di Accettura: da "incantesimo agrario" a identità collettiva di un popolo

Lo stesso Bronzini nel 1985, riferendosi alla scultura in terracotta e ai bassorilievi del  nostro Molinari,  rilevava come  la festa, nella dinamica di nuove sensibilità, avesse perduto qualcosa di antica originalità, ma guadagnato molto proiettandosi oltre il recinto antropologico, dando vita ad un frutto ramificato in vari campi: dell'arte,  della letteratura, della critica, degli audiovisivi ed aggiungerei della religiosità popolare. E questo grazie ai numerosi studiosi e artisti intervenuti nelle interpretazioni e rappresentazioni della festa.

Oggi, l'aspetto più problematico  del processo festivo può individuarsi proprio nella strumentalizzazione della sua notorietà a fini di marketing, utilizzando l'evento e le immagini per pubblicizzare prodotti.

Attualmente, comunque, il Maggio, un tempo espressione alta della solidarietà delle classi popolari subalterne, è diventato patrimonio comune di tutti gli accetturesi, una grande Comunità, comprendente tante aggregazioni sparse nel mondo, che interagisce quotidianamente in tempi reali. In questo nuovo contesto l'evento  pur sempre ogni anno si rinnova nel solco della tradizione, conserva ancora elementi di una originaria genuinità nella coralità, nelle procedure, nel volontarismo, nel folclore. Tutto si armonizza come un tempo nella cornice degli orizzonti di Gallipoli le Manche Montepiano, un paesaggio meraviglioso tra il giallo delle ginestre, le tenue sfumature di rose selvatiche, i biancospini, il verde dei boschi e dei campi. Si va pur sempre incontro alla Cima verso Gallipoli o al Maggio lungo la dorsale tra l'alta Salandrella e la Misegna, accompagnati dai suoni di organetti e zampogne, Quadri ambientali unici e indimenticabili. Un grande spettacolo naturale a cielo aperto in cui tutti diventano spettatori-attori. Il lunedì ci sarà quello dei preparativi a largo San Vito e il martedì il momento clou della processione, dell'elevazione, della scalata e delle acrobazie, delle cente, stendardi, gonfaloni; delle autorità e singoli cittadini. Una viva rappresentazione identitaria dell'intera comunità: Il Maggio di San Giuliano, divenuto simbolo della “personalità collettiva” di un popolo.

In me, indelebile il “Maggio dell'infanzia”, quello delle narrazioni e visioni di un mondo rurale autentico e partecipato, della processione dei buoi e tanti massari sui tronchi striscianti con le verghe  alzate senza mai colpire: bastava piccolo solletico sulla coscia e dando voce per vedere i loro compagni di vita e di lavoro, in sintonia con altri, smuovere facilmente i trochi. Allora i luoghi del “Maggio” erano spazi aperti di giochi e di “frecciate” ai voli radenti di rondoni dal ciglio di San Vito, ai polli pendenti dai rami della Cima, dei maggi simbolici elevati ad imitazione degli adulti. Sono cambiate diverse cose ma soprattutto i luoghi della festa e soprattutto il clima complessivo...

Con i tempi siamo cambiati anche noi che non percepiamo più il mondo con lo sguardo del fanciullo.

Ritornare in questi luoghi è il nostro sogno. Rivivere le antiche sensazioni, lo scenario spettacolare di  momenti magici , di piacevole riscoperta della Natura.

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